
Sergio Cecchini - Azioni umanitarie indipendenti per le emergenze sanitarie

Intervista a Sergio Cecchini, Responsabile della comunicazione per "Medici Senza Frontiere" Onlus
Cosa vuol dire portare cure mediche in paesi in emergenza e quali sono le difficoltà che incontrate?
La prima difficoltà è anche quella più bloccante di tutte, ed è quella di assicurare strutture, materiali e strumentazioni nei luoghi in cui avvengono le emergenze.
Per poter rispondere in tempi rapidissimi in situazioni come il terremoto a Haiti nel 2010,
le inondazioni in Pakistan o la guerra in Libia occorre, infatti, una solida ed efficiente capacità logistica che permetta di far arrivare personale e materiali nei luoghi più caldi dell’emergenza. Acquisto materiali, ponti aerei, mezzi di trasporto, immagazzinamento sono solo alcuni degli aspetti aspetti chiave in un’emergenza.
I medici, per poter salvare vite umane hanno bisogno di tutti gli strumenti e le attrezzature per poterlo fare e devono essere allestite strutture sanitarie all’interno delle quali possano dare il loro contributo.
Capita di leggere che gli aiuti inviati alle volte non siano in un buono stato di conservazione e non sempre rappresentino buona fonte nutrizionale o di aiuto effettivo. E’ un problema reale? Eventualmente quali sono le alternative?
Il rischio, anzi la certezza, è che gli aeroporti vengono intasati di vestiti inadatti a temperature tropicali e di medicinali inutili per le persone. L’alternativa è trasformare l’aiuto in una forma di sostegno economico a quelle organizzazioni già presenti e operative sul campo che sanno di cosa c’è più bisogno.
Come rispondono i governi locali dei paesi in emergenza alla vostra presenza ed al vostro aiuto?
Normalmente, nelle catastrofi naturali, il lavoro delle organizzazioni umanitarie viene sempre agevolato dai governi locali. Il discorso è diverso in situazioni di conflitto, epidemie o crisi nutrizionali dove gli aiuti umanitari possono essere percepiti come uno strumento politico a favore o contro gli interessi del governo.
Nei casi in cui sono presenti guerra o guerriglie, vi è mai capitato di subire attacchi?
Purtroppo sì, spesso. In contesti come ad esempio la Somalia, l’Afghanistan e il Sudan, gli operatori sono diventati bersagli di numerosi attacchi. In contesti di conflitto gli operatori umanitari che si muovono sui territori e tra le popolazioni da soccorrere sono bersagli estremamente facili da colpire.
Secondo lei esiste in qualche modo la sottaciuta volontà di permettere a questi paesi di sopravvivere ma non di evolvere realmente e rendersi stabili ed autonomi?
Dico solo che ultimamente i dati di crescita e di sviluppo di molti Paesi africani sono migliorati e gli investimenti in questi paesi cresciuti. Questi possono farci ben sperare rispetto ad una loro evoluzione sociale e tecnologica positiva. Direi che il problema è legato purtroppo anche molto al tipo di classe dirigente locale che governa questi Paesi.
Quanto contano la cultura e le abitudini locali, oltre alle condizioni disagiate, nella resistenza al cambiamento?
La cultura locale conta ovviamente molto, ma gli interessi in gioco sono molteplici e intrecciati così le resistenze sociali continuano. Basti pensare a quanto persista ancora lo stigma verso una malattia come l’HIV/AIDS, una vera e propria pandemia, e le forme più sicure di prevenzione come l’uso del preservativo. Il cambiamento si ottiene inevitabilmente a partire dal basso, con la mobilitazione delle società civili locali. Proprio come accadde per l’accesso alle terapie antiretrovirali per l’AIDS o per la lotta alle mutilazioni genitali femminili.
A cura di Francesco Miano
Novembre 2011
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