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Anna Satta - L'agricoltura Sinergica per imitare la natura

Anna Satta
Tecnico in agricoltura biologica, contadina e docente della libera scuola di agricoltura sinergica “Emilia Hazelip”.


Cosa si intende con il termine agricoltura sinergica?

Il termine esprime un metodo agronomico ben preciso in cui si accolgono le basi del metodo biologico,andando a recepire e realizzare anche quelle pratiche che normalmente sono solo raccomandate nel biologico, ma non sono obbligatorie.Nello specifico è un metodo che cerca di non disturbare e anzi promuove, la naturale capacità di auto-fertilità del terreno imitando il più possibile la natura nella sua attitudine alla protezione del suolo. Si pensi ad un bosco dove le foglie cadute, stratificandosi, creano un tappeto soffice che protegge lo strato superficiale del terreno. In questo modo le foglie lavorano in sinergia con il suolo per permettere la creazione dell’humus. Usando questo come punto di riferimento è chiaro che meno si lavora e fertilizza il terreno e più si permette l’evoluzione dei cicli naturali.

Quali sono le differenze con l’agricoltura biologica convenzionale?

Più che differenze, visto che non sono tante, conviene parlare di assonanze, in quanto l’agricoltura sinergica in un certo senso, rappresenta un’evoluzione del metodo biologico tradizionale.  Di base la differenza più grande è la mancanza delle lavorazioni agricole sul terreno, che tendono ad impoverirlo. Da questo punto di vista c’è poca antropizzazione; non è la natura a piegarsi al volere dell’uomo, ma l’uomo che cerca di comprenderla ed assecondarla.
Ad esempio è assente anche l’aratura superficiale del terreno, tale assenza ha lo scopo più specifico di non perturbare il naturale processo aerobico/anaerobico di creazione dell’humus nel terreno. Altra indicazione è la netta distinzione tra le zone di coltivazione, che saranno destinate a tale scopo anche negli anni successivi e le zone di camminamento. Grande importanza viene data  alle consociazioni; ovvero la pratica di coltivare piante che insieme lavorano in sinergia per proteggere la vita del suolo e quindi garantire un buono stato di salute a tutto il sistema.

Può essere sinonimo di perma-coltura?

No, perché la permacoltura, anche prima di essere permacultura era un sistema complesso di gestione del territorio (silvicoltura, agricoltura estensiva, orticoltura, allevamento, ecc.) che non necessariamente si avvaleva (o si avvale) del metodo sinergico.
Nei contesti permaculturali è spesso usato il metodo sinergico per l’orticoltura ed il metodo naturale per l’arboricoltura.
Oggi si preferisce usare il termine perma-cultura come evoluzione del significato agricolo, ed in tal senso rappresenta un sistema in cui si cerca di ridurre al minimo lo spreco delle risorse, andando a concepire il sistema di relazioni (tra uomo ed ambiente) in modo globale ed interdipendente. La multifunzione è anche un aspetto importante in questo scenario in quanto si cerca di realizzare il più possibile opere o metodi che abbiano il maggior numero di usi e ricadute positive.


Quali sono i fondamenti scientifici alla base dell’agricoltura sinergica?


Più che dei fondamenti è meglio parlare di radici, queste risiedono in molti studi scientifici quasi tutti indipendenti.  C’è da considerare che è difficile ottenere finanziamenti per sperimentazioni che dovrebbero durare almeno 4/5 anni senza che garantiscano l’uso di attrezzature o composti chimici. Purtroppo questo metodo nel tentativo di ridurre al minimo le lavorazioni, non è di grande interesse per chi investe in ricerca al fine di averne un riscontro economico diretto. Le università non sempre danno il giusto rilievo ed adeguata formazione in merito alle tecniche di coltivazione per così dire “naturali”. In passato persone come Fukuoka hanno tracciato le linee guida per comprendere come ed in che modo sia possibile interagire con la natura senza compromettere i suoi equilibri.
Anche Emilia Hazelip contadina e studiosa che ha ideato e sperimentato per 20 anni il metodo dell’ agricoltura sinergica ci ha lasciato un valido supporto empirico.
La letteratura di riferimento spesso affronta questi temi in maniera frammentata. Consiglio vivamente di non far mai riferimento ad un solo testo ma di cercare di capire a cosa può essere utile un libro e cosa è spiegato meglio in un altro.

Questa metodica è applicabile sia alle coltivazioni urbane che a quelle di maggior ampiezza?


Con le dovute accortezze è possibile applicare la metodica anche a coltivazioni più grandi senza perderne l’essenza. Sicuramente su larga scala è più impegnativo il controllo, ma per esperienza siamo riusciti ad estendere la pratica anche su terreni di dimensioni maggiori.

Dalla sua esperienza diretta, l’orto urbano è un traguardo importante o un passaggio necessario?

Diciamo che l’orto urbano è un passaggio necessario per non perdere confidenza con la terra ed i cicli naturali,  a maggior ragione in zone urbane. Di certo non è un punto di arrivo. In alcuni casi l’orto urbano, si è evoluto in orto sociale. In questo tipo di esperienza si esprime la valenza sociale in quanto la produzione si rivolge a persone che per motivi economici avrebbero avuto difficoltà ad accedere a tali prodotti. Altra possibile evoluzione, in cui sono personalmente coinvolta, riguarda gli orti solidali in cui vengono impiegate, per la coltivazione, persone svantaggiate come anziani soli, persone con disagi fisici o psichici, immigrati a rischio di emarginazione ecc. Quando l’esperienza dell’orto urbano si trasforma in orto a valenza sociale o solidale direi che può essere visto come un traguardo importante. Se avviene questo c’è la possibilità che in futuro ci sia una maggiore consapevolezza dell’importanza del cibo e dell’alimentazione naturale. In altro modo c’è il rischio che l’orto urbano sia unicamente una delle tante mode del momento.

All’interno della realtà su Roma degli Orti urbani-sociali-solidali in che modo si coltiva?

Attualmente ci sono nette differenze. E molto dipende dalla formazione delle persone. In alcuni casi mi è capitato di registrare sia agricoltura convenzionale sia agricoltura biologica non ottimale. In una buona quantità si tende a produrre con metodo biologico reale e in alcuni casi si arriva a produrre con metodo sinergico. Sicuramente le realtà degli orti urbani sono tante e di difficile censimento.

Secondo lei, possono coesistere i termini urbanizzazione ed agricoltura sostenibile?


Senz’altro si, mi sembra anzi l’unica via di sviluppo possibile. L’integrazione tra edilizia e  agricoltura è un passaggio fondamentale per evitare il continuo uso dei terreni a fini commerciali o di semplice svago. Portare gli orti in città, con tutte le difficoltà del caso, è un modo utile per evitare che si accentui il fenomeno che ho avuto modo di registrare, del lento e progressivo spopolamento dei centri urbani da parte di persone che possono permettersi una casa fuori dalla città. In conseguenza di questo, le persone che oggi tendono a popolare la città sono sempre di più quelle che hanno difficoltà a sopportare economicamente i costi degli spostamenti qualora abitino fuori dal contesto urbano. Da questo punto di vista portare gli orti in città è sia un esempio sia una speranza. In tal modo aumenta la possibilità di fare rete tra i cittadini per combattere i sentimenti di anonimato e bisogno che spesso la realtà urbana esprime.

Per approfondimenti: http://www.agricolturasinergica.it


A cura di Francesco Miano

Febbraio 2011

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