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Le alternative al sistema bancario, al debito pubblico ed alla crisi finanziaria.

Alternative al sistema bancario

Anche in questo inizio d’anno ci si pone la domanda se il continuo indebitamento strutturale sia davvero la soluzione drastica e più efficace per poter uscire “indenni” dalla crisi finanziaria. Il dubbio lecito è se continuare ad indebitare lo Stato, e quindi i suoi cittadini, nei confronti di un sistema finanziario che spesso e volentieri ha dimostrato enormi difficoltà nell’auto-sostenersi.


Se da un lato il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea sono le istituzioni che garantiscono il funzionamento di questo grande meccanismo economico e finanziario, dall’altro ci sono paesi come la Grecia, il Portogallo, l’Italia, costretti in una morsa di povertà che non facilita la tanto attesa ripresa economica.


In Islanda, nazione che nel 2011 ha subito un fortissimo indebitamento pubblico, è successo qualcosa di diverso che l’ha portata ad uscire dalla crisi bancaria che prometteva di indebitare l’intera nazione. Questo è stato possibile solo dopo diverse crisi di governo e grazie alla scelta referendaria, ampiamente condivisa, per il non pagamento dei debiti (e dei relativi tassi d’interesse) che le principali banche islandesi avevano contratto con Inghilterra e Belgio, impegnate ad acquistare il loro debito sotto forma di debito pubblico.


In questo scenario, molto diverso dal caso Italiano per la semplicità con cui si è giunti a nuove elezioni e nuovi referendum, si è vista la quasi totalità della popolazione schierarsi contro un percorso di indebitamento nei confronti del sistema bancario, per interrompere il circolo perverso in cui gli utili erano divisi solo in favore degli investitori mentre i loro debiti divisi tra Stato e cittadini.


La complessità dell’economia e della politica italiana, invece, ha visto più volte nel secolo appena trascorso, l’elargizione di aiuti pubblici all’economia privata e al sistema bancario, sotto forma di estensione di debito pubblico e di conseguenti nuove tasse per i cittadini. Per tali ragioni culturali è impossibile proporre un parallelismo netto tra Italia ed Islanda.


Ma qualche somiglianza dovrà pur esserci ed essere usata, se non come esempio esatto almeno come linea guida, per evitare di sottostare ad ogni imposizione dettata da quelle che alcuni definiscono crisi programmate o crisi dall’alto, in cui i cittadini si trovano a dover rimpinguare le casse dello stato svuotate dal sistema capitalistico e bancario.


L’esplosione dei sistema dei debiti, d’altro canto, è una risultante ampiamente prevista fin dagli anni in cui la stessa teoria capitalistica (quindi borsistica e speculativa) faceva il suo ingresso trionfale negli assetti economici e sociali, promettendo due miti ora non più sostenibili: il mito della crescita infinita ed il mito del debito infinito.


La difficile sostenibilità di questi due miti esprime la necessità di abbandonare, ora più che mai, il consumismo in favore di modelli di sviluppo più centrati sulle reali necessità dell’Uomo, più che sui futuri bisogni indotti in cittadini visti come consumatori.


Francesco Miano



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